domenica 5 aprile 2009

Una manciata di chilometri

Questa volta prometto di aggiornare il post in tempo reale o quasi.
06:15 Ho passato la notte con gli occhi spalancati e questo non è bene. Maledetta insonnia, avrò dormito si è no per un paio d'ore. Ho avuto anche gli incubi. Sognavo di sbagliare percorso, di correre nella direzione sbagliata, di dovermi arrampicare su colline spuntate dal nulla, di avere qualcuno aggrappato alla schiena e di non arrivare mai al traguardo. Sono così rintronato che ho appena cercato di farmi la barba col dentricio (questo). Adesso chiamo la IAAF e propongo una nuova disciplina estrema: la corsa con privazione del sonno. Vince chi riesce a morire per ultimo. I sopravvissuti verranno fucilati con disonore.
08:00 A Milano ci sono 12 gradi e il cielo coperto. Non ho ancora deciso se vestirmi da integralista islamico o da porno odalisca (non sono previste soluzioni intermedie ma ho una borsa piena di roba per cambiare idea fino all'ultimo momento). Questa mattina a Pyongyang, invece, c'era bel tempo e tutti sapevano cosa fare. Ogni tanto anche io vorrei avere delle certezze...
09:05 Coincidenze. Oggi sono due anni che non mi parla. Si vede che come fidanzato non ero granchè, ma come amico dovevo fare proprio schifo. Vado. Se non avete niente di meglio da fare potete seguirmi da qui e qui.
13:56 Sono appena tornato a casa dopo il pastaparty nelle tende della Croce Rossa. Non so nemmeno che tempo ho fatto. Forse 1 e 40. Il tabellone all'arrivo non funzionava. Ho incontrato QuelloFigo che ha chiuso in 1 e 34 (lui è così figo che corre col cronometro). Adesso mi butto sotto la doccia, mi allitro come un cammello e cerco di ricostruire la giornata (honni soi a chi tenta di rovinarmi la sorpresa).
14:40 Funziona così. Un giorno all'anno la città corre. Ci sono tre gare. Alle 9 partono i cinquantamila di piazza Duomo. Quarantacinque minuti più tardi tocca ai bambini e alle loro famiglie. Alle undici meno un quarto comincia la mezza maratona. Quelli di meteomilano devono avere una sfera di cristallo perché succede esattamente come previsto. Prima le nuvole, poi una pioggerellina leggera. Sui prati dietro al Castello ci sono seimila persone che corrono verso gli alberi, le tende, i bar. Piccolo momento di panico. Il mondo si divide in due: chi tiene le braghe corte e chi si prepara per una spedizione polare. Io non rinuncio al completo da porno odalisca, 200 grammi di poliestere sono l'unica cosa che mi separa da una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

Stretching, allacciatura delle scarpe, altro stretching, altra allacciatura (che con le scarpe, si sa, vado d'accordo come le sorelle di Cenerentola). Ci sarebbe anche la possibilità di farsi fare un massaggio, e sono molto tentato perché non c'è nemmeno la fila. Però cominciano ad arrivare i cinquantamila e decido di andare incontro a Petit e Barbarina (amici battono massaggiatore carino per 2 a 0).

Di Barbarina nessuna traccia. Petit arriva in Piazza del Cannone bello come il sole, con la sua maglia aderente, i calzoni elasticizzati e la lepre di lusso. Già, perché Petit non lascia mai nulla al caso e se decide di partecipare a una corsa non competitiva come minimo si fa accompagnare da Aleppì che oggi non corre perché settimana scorsa ha sputato l'anima sotto la pioggia alla Scarpa d'oro (01:37:55, un mito!). E siccome una lepre non basta, mi aggrego anche io e li accompagno fino all'Arena, con quell'arrivo tortuso che sembra un percorso di mountain bike.
Il cielo si apre. Le gabbie sono un colabrodo. Tutti si infilano dappertutto. L'organizzazione non riesce a controllarli. Lenti e veloci finiscono uno accanto all'altro. La fanfara dei bersaglieri attacca a suonare. Mai visto keniani ed etiopi così da vicino. Fisici tirati fino all’inverosimile, piccoli, leggeri, con le gambe sottili. Sembrano quasi dei passerotti. I soldatini in alta uniforme fanno sparare il cannone. Una nuvola bianca invade la strada. I piccioni volo via spaventati. I passerotti là davanti diventano sparvieri.

Come previsto, dietro è un casino. Dopo meno di cento metri ci sono le prime cadute. La gente spinge, urta, cerca in tutti i modi di non restare intrappolata nel gruppo. La situazione migliora solo dopo l’inversione a U sugli Champs-Élysées de'noartri. Al quinto chilometro supero Linus che, porello, è costretto a salutare tutti quelli che incontra per strada.
Dove sono i pacemaker? Perché non ci sono? Come faccio a capire se sto andando bene o male? Perché non ci sono i display a ogni rilevamento? E soprattutto, perché il ditone ha già cominciato a farmi male? Quello che mi corre accanto attacca a ripetere che la maratona è questione di testa mentre la mezza è solo questione di gambe. A parte il fatto che senza le gambe col cavolo che ci arrivi al quarantaduesimo chilometro, ma perché hai deciso di farmi scoppiare la testa? Ti pare che non mi stia già facendo abbastanza domande per i fatti miei? Ecco, guarda, ora mi bevo un bel bicchiere di Gatorade e poi faccio finta che non esisti più. Come stanno venendo bene le ex torri FS a Garibaldi. Spugne? Sì, grazie, qui comincia a far caldo. Toh, guarda chi si vede? Francesco Arone e i suoi piedi scalzi.
Gli automobilisti milanesi cominciano a dar segni di squilibrio. I podisti milanesi rispondono mandandoli a quel paese. O ingiuriando le mamme altrui che è sempre un classico. Altro Gatorade. Altri chilometri. Altra spugna. Curva stretta a San Vittore. Chi è il pazzo che ha disegnato questo cuneo all'incrocio tra Via Foppa e Via Washington? Non si poteva usare quella stradina carina che taglia bene l’angolo? Simpatico il biondino dei Road Runners.
Da qui in poi è un tutta discesa. Un soffio. Polmoni che esplodono. CityLife. Le ultime spugne. Corso Sempione. La torre della Rai. Quella del Filarete all'orizzonte. Il Gatorade. Quasi non riesco neanche più a bere. La cancellata del parco. Le moto che con i fotografi. Per favore, almeno stavolta fatemi delle foto decenti. Il cartello dell'ultimo chilometro. Ce la posso fare. La terra battuta. Sto parlando da solo. Il fianco dell'Arena. L'ultima curva. La pista d'atletica. I piedi che affondano sulla superficie soffice. Il traguardo. Le braccia levate al cielo. È finita. Quanto ho fatto?
Non ci posso credere. Clamoroso al Cibali!. Senza aver dormito. Con la testa da un'altra parte. 5 minuti e 3 secondi meglio dell'ultima volta. È il mio nuovo record personale.
17:25 Coincidenze. Oggi sono 4.113 chilometri che non mi parla. Per la prima volta da quando ci conosciamo, i chilometri corsi da solo sono più di quelli fatti insieme.
Credo siano passati abbastanza giorni e abbastanza chilometri per fare questo.
Caro XXX (a secondo dei casi, sostituisci col tuo nome, il tuo soprannome o con uno di quei nominogli coccolosi che ti facevano spalancare gli occhi quando li dicevo a voce troppo alta per strada. Questo blog è assolutamente pubblico: ci passano i miei fratelli, i miei amici e più o meno tutti quelli che conosco. Non si vedono ma ci sono. Ci passano le persone che hai conosciuto e quelle che non hai mai voluto incontrare perché temevi si potesse sapere di te, di me, di noi... Ogni tanto c'è passato anche Simon ma sai che di lui puoi fidarti. In rete, come nella vita vera, la tua identità resta un segreto che non sarò io a rivelare. Chi non ha avuto la fortuna di conoscerti sostituisca con un nome, un soprannome o un nomignolo di fantasia, o con quello di una persona amata. La sigla non significa nulla. Non è una cosa sessuale. Non significa "Ex Ex Ex". Non c'entra niente con noi due. È solo un modo per rispettare la tua privacy).
17:51 La parentesi è venuta troppo lunga. Ricomincio.

Caro XXX,

Hai scoperto questo blog il 20 ottobre dello scorso anno. Ci sei arrivato dopo aver letto per alcuni mesi tutto ciò che succedeva da Cooper (che scrive molto meglio di me) e da Insy (che non scrive bene come Cooper, ma riesce sempre a strapparmi un sorriso, anche quando sono di pessimo umore) . Visiti queste pagine tre o quattro volte al giorno. Soltando due nel weekend. Sette se pubblico una mia foto senza vestiti (lo so, ho molti meno muscoli di un tempo). Nove se sono così stupido da farmi male correndo (grazie: è bello sapere che qualcuno ancora si preoccupa per la mia salute).

Un paio di settimane fa sei sparito da questi schermi per una decina di giorni. Nello stesso periodo, ho registrato dei collegamenti da Bangkok: venivano dal tuo MacBook con tastiera italiana (se non era lui, allora era il suo gemello cattivo e io non sono più tanto bravo a decifrare la tabella dei log). Sono sicuro che le pagode del Wat Phra Kaew non sono mai state così belle come nelle tue foto.

Adesso sei tornato e hai ripreso le vecchie abitudini. Arrivi, ti metti in un angolo, leggi i miei post, controlli i commenti e non dici nulla. Taci. Resti in silenzio. E, come al solito, il tuo silenzio è una delle poche cose che riescano davvero a ferirmi. Perché non capisco mai se stai solo cercando il coraggio per iniziare un discorso o se invece stai covando dentro qualcosa che prima o poi mi esploderà addosso.

Mi fa male ma non importa. Va bene così. Visto che non vuoi parlare, lo faccio io.
Mi hai detto che se non volevo più stare con te, allora dovevo uscire per sempre dalla tua vita. Mi hai chiesto di non contattarti. Mi hai scritto che qualsiasi gesto provassi a fare per starti vicino ti sembrava privo di senso. Eppure, eccoti qua.

Ho passato le ultime notti cercando di mettere in fila i pensieri e le parole. Ho immaginato almeno venti versioni di questo post. Ho anche provato a buttar giù qualche riga ma non veniva mai niente di buono. Mi sembrava di dire cose banali, scontate, già dette. E, in effetti, ti ho già detto tutto. Ti ho scritto un moleskine intero per spiegarti il mio punto di vista. E oggi non potrei farlo in modo diverso, né con altre parole. Quindi lo pubblico qui, in versione censurata e con abbondanti tagli, eliminando tutte le parti intermedie, i salti in avanti e quelli indietro, le cose che non c'entravano, quelle che erano solo mie, quelle che riguardavano altre persone e quelle che il pudore mi consiglia di non pubblicare.

[omissis]




[omissis]























[omissis]











[omissis]

Confermo tutto. Non so perché passi da queste parti, se c'è qualcosa che vorresti dire o se stai solo cercando di scoprire qualcosa. Sei comunque il benvenuto. Resta in silenzio e odiami pure se questo ti fa stare meglio. Però ricorda che potrai sempre contare su di me. Se non saprai dove comprare l'anello per Anna... Se ti servirà un paio d'organi... Se vorrai che qualcuno ti abbracci forte mentre apri i risultati di un brutto esame del sangue... Se avrai bisogno di una spalla su cui piangere... Ogni volta che avrai davvero bisogno di un amico, sai dove trovarmi.

Per qualsiasi altra cosa, ci sono delle regole. La prima, la più importante, è che sia tutto alla luce del sole. E, per favore, basta bugie. Perché io non ho niente da nascondere e non c'è nulla di cui mi debba vergognare. E lo stesso dovrebbe valere per te. Ma se cerchi solo qualcuno con cui vedere un film, andare in vacanza e fare del sesso senza complicazioni, allora rivolgiti altrove. Non hai bisogno di me per andare al cinema. E io non ho bisogno di traslocare a Mykonos, o da qualsiasi altra parte, per essere felice. Quanto al sesso, puoi trovare di meglio: lo sai che a letto sono una frana e che senza complicazioni non mi diverto.

Grazie di tutto. Barra l'opzione che preferisci.
GIC
A presto, GI
A mai più,Betto
A quando te la sentirai,Benedetto
nessuno
In ogni caso, sempre e comunque, forza noi.

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sabato 4 aprile 2009

Vedo, prevedo, stravedo



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Distanza:
5,310 km
Tempo:
25' 00''
Velocità media:
12,74 km/h

km corsi negli ultimi 6 mesi:
1.541,717
km corsi negli ultimi 12 mesi:
2.638,878

giovedì 2 aprile 2009

SuperMacho

Questa mattina ripensavo al giochino di Enrico* e alla questione dei supereroi. I miei preferiti sono Batman e l'Uomo Ragno, specie nelle loro ultime incarnazioni. Due disadattati, emotivamente instabili, che vivono reclusi in città. Il giustiziere psicopatico e l'eterno incompreso. Eroi minori: non potrebbero mai salvare il mondo come Superman o i Fantastici Quattro.

Ci pensavo perché mi sono accorto di non aver mai avuto un eroe, un idolo e neppure un feticcio. Ricordo che da piccolo i miei compagni avevano le camere tappezzate di poster con calciatori e cantanti. Io no. Più tardi, sono arrivati i manifesti del Che e quelli di Ghandi: da me c'erano una litografia di Guttuso e un marinaretto di Bueno.

A questo punto, le mie sinapsi si sono esibite in uno di quei salti acrobatici per cui sono celebri e dai cassetti della memoria è uscita laLorenza, la maestra del pomeriggio (che io ero un bambino fortunato e a scuola ci restavo almeno otto ore ogni giorno, così potevo imparare di più).

Arrivati in quarta elementare, laLorenza (l'articolo a Milano è d'obbligo) decise di avviare un programma di pari opportunità per cui non esistevano più cose da femmine e cose da maschi ma tutti dovevano saper fare tutto. Così, a settimane alterne, e secondo l'andare delle stagioni, passavamo dal calcio al salto della corda, dal traforo al punto croce, dai palazzi costruiti con fiammiferi e bastoncini dei ghiaccioli alla perfetta apparecchiatura della tavola, dai giochi con le carte ai ferri da calza, dai modellini in cartoncino al ricamo. Una vera palestra di vita, un po' Montessori, un po' metodo Steiner.

Io nello sport non ero particolarmente brillante, ma eccellevo in tutte le attività manuali e –ovviamente- ero il più bravo in ricamo (persino più bravo delle bambine). Mi piaceva anche fare la maglia ma lì (eravamo una classe piuttosto atipica) il primato spettava ad un altro maschio, l'enorme Andreone che passava le domeniche allo stadio e da anni confezionava sciarpe nerazzurre per tutta la curva (non ho mai saputo come avesse cominciato né perché).

Ovviamente, l'approccio pedagogico dellaLorenza suscitò un vespaio tra i genitori che gridarono subito allo scandalo. Ricordo che un giorno mio padre mi portò a scuola e venne arpionato da una mamma piuttosto infuriata perché suo figlio era costretto a imparare cose per niente da uomo. Mio padre la guardò e disse "E poi quando va al militare e gli si stacca un bottone o deve sistemare l'orlo ai calzoni che fa? Chiama la mamma?". Punto, set e partita: con mia grande sorpresa, gli orli a giorno e il punto erba erano salvi.

Io e mio padre non ci siamo mai presi granché. Parliamo lingue diverse e non abbiamo molti interessi in comune. Lui ha fatto l'ufficiale di complemento, io il servizio civile. Non credo lo sappia, ma quel giorno mi ha insegnato che un vero uomo non ha paura di usare ago e filo e forse, per cinque minuti abbondanti, è stato il mio eroe.

Mia madre continua a usare i copricarrello coi fiori blu che ho ricamato quell'anno.

Distanza:
10,983 km
Tempo:
50' 00''
Velocità media:
13,18 km/h

km corsi negli ultimi 6 mesi:
1.567,097
km corsi negli ultimi 12 mesi:
2.643,799

mercoledì 1 aprile 2009

O la borsa o la vita

Milano. Ore 10. Piazza Duomo. La gioiosa macchina da guerra entra finalmente in azione. Comincia il rito della consegna pettorali. Venti persone in fila, un computer che non funziona e la stampante non collegata. Ottima partenza.

Solito campionario di varia umanità: dalla mamma col passeggino al manager col blackberry incorporato, dallo studente universitario alla signora in tailleur. Ormai ho rinunciato a tracciare l'identikit del corridore-medio. Il corridore-medio non esiste. È una creatura mitologica, uno scherzo della natura, una chimera. L'unica cosa che ti rende simile agli altri è il fatto di correre e che oggi hai un solo pensiero per la testa: la borsa. Non quella di Piazza Affari. E nemmeno la Kelly di coccodrillo o la Fendi Doctor Hobo. Oggi, l'unica borsa sui cui vuoi mettere le mani è quell'orrenda cosa in tela sintetica che farà di te un vero atleta.

Dopo qualche incertezza, il sistema comincia a funzionare. I volontari stanno ancora dormendo e sei tu a dovergli spiegare che sì, devi firmare un paio di moduli e sì, devi per forza consegnare una copia del certificato medico e no, non ci pensi nemmeno ad autorizzare il trattamento dei tuoi dati sensibili da parte degli sponsor altrimenti ti invieranno opuscoli inutili fino all'ultimo dei tuoi giorni. Alla fine, si decidono a consegnarti il bustone col chip e il pettorale.

Passaggio successivo: prova della maglietta. Capisco che con in miei 77 chili non ho proprio il fisico da maratoneta (Haile Gebrselassie ne pesa 61 mentre Martin Lel è uno scricciolo di 54) ma la Adidas poteva degnarsi di fare delle taglie umane. Infilo la L ed è subito chiaro che pure il tubino nero di mia sorella potrebbe starmi meglio. Mi rassegno quindi alla XL, la taglia degli obesi, che almeno mi va giusta di spalle ma, come direbbe Giorgia, "certo però... non c'hai il punto vita" (se non sapete chi è Giorgia e non avete colto la citazione allora siete dei gheis indegni di questo blog oppure -a scelta- degli etero illetterati; forse qualcuno è entrambe le cose). Mi consola il fatto che si tratta di una maglietta bianca, di tessuto tecnico, con sopra solo il threestripes e il logo della corsa (però l'assenza di altri marchi è un ulteriore segnale di crisi e questo non dovrebbe consolarmi affatto).

Ultima tappa: la borsa. Eccola: brutta come sempre da trent'anni a questa parte. È da quando ero bambino che non riesco a spiegarmi perché gli zainetti della Stramilano siano sempre così spaventosi. Siamo o non siamo la capitale mondiale della moda? Dentro c'è abbastanza carta da farti sentire in colpa per la scomparsa delle foreste pluviali. I gadget sono mostruosi e sostanzialmente inutili. Quest'anno, il premio trash se l'aggiudica la gigantopenna a tracolla che fa le bolle di sapone. Un gentile omaggio di Melavì (perché certe volte non basta dire il peccato ma bisogna denunciare anche il peccatore). Purtroppo, ci spiegano, siete arrivati troppo presto, quindi mancano un paio di cose. Ad esempio, non c'è la sacca per depositare i vestiti e gli altri oggetti personali, dovreste ripassare più tardi e vi daremo anche il resto. Che bello! Proprio un'organizzazione coi baffi... Ci tornerò stasera.
OFF TOPIC Amo la la Chocolate di Moschino. Dannato bisogno d'affetto...


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